Una drammaturgia per attori e finestra chiusa, liberamente ispirata al Cyrano De Bergerac di Rostand.
da Edmond Rostand regia Stefano Beghi con Daniele Crasti, Francesco Meola, Susanna Miotto, Alice Pavan, Fabio Zulli organizzazione Stefano Beghi un progetto OFFICINA CARBONARA di Karakorum Teatro produzione KARAKORUM srl Impresa Sociale / OYES in collaborazione con Politecnico di Milano con il contributo di Fondazione Cariplo
target residenti di quartieri di edilizia popolare
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Lo spettacolo è un tentativo di riconquistare spazio per l’amore anche nei contesti urbani in cui non sembra ci sia spazio per la felicità.
Gli attori coinvolgono i cittadini in una performance collettiva, una battaglia in difesa dell’amore, di quella forza propulsiva e trasformativa capace di guardare oltre, di superare le differenze, di mettere in discussione. L’arte vuole vincere sulle fatiche del quotidiano, contro ogni logica, contro ogni abitudine, affinché l’animo non si svuoti in una vana monotonia e che “il fine dei fini non sia la fine delle fini”. L’amore richiede le parole giuste per potersi raccontare, per poter raggiungere un cuore che ancora non lo conosce… ma come può l’amore trovare spazio dove la bellezza non ha cittadinanza?
Come può il desiderio vincere sulla difficoltà del vivere quotidiano?
Che spazio c’è per l’amore in case troppo piccole, in locali troppo angusti, in cortili senza spazio sufficiente anche solo per qualche fiore?
Idea
Il progetto nasce dal desiderio di abitare con il teatro gli spazi di confine tra la sfera pubblica e quella privata. I cortili, come gli spazi interstiziali tra i condomini, sono da sempre un luogo votato alla socialità, all’incontro, alla vita comunitaria, ma troppo spesso diventano luoghi di conflitto e rivendicazione, o, peggio, non luoghi. Quello che nasceva con l’obiettivo di avvicinare, ora, rischia di diventare solo strumento per distanziarsi.
Durante un periodo di residenza artistica nella periferia di Varese, gli artisti di Karakorum Teatro e OYES hanno avuto l’occasione di lavorare insieme a un gruppo di condomini di un complesso di case popolari. Interviste, chiacchiere e laboratori, con bambini, giovani e adulti, hanno permesso agli artisti di raccogliere storie, fatiche e immaginari di coloro che abitano le periferie e che hanno passato il lockdown in contesti urbani difficili. Questo materiale biografico si è unito alla vicenda di Cyrano dando vita a una drammaturgia originale, un canovaccio che, di volta in volta, si adatta al contesto che la ospita, così come il titolo, a cui si aggiunge il cap locale.
Metodologie
Il progetto prevede il coinvolgimento di diversi soggetti, in dialogo tra di loro. La modalità di lavoro si articola in diversi momenti.
1. COMUNICAZIONE DELL’EVENTO: l’arrivo della compagnia teatrale nel territorio è anticipato da un periodo di aggancio, curato dalla compagnia stessa in sinergia con il soggetto promotore.
2. COINVOLGIMENTO DEL PUBBLICO: il pubblico viene coinvolto dalla compagnia in un laboratorio finalizzato a stimolarne la partecipazione:
• Interviste legate ai temi del Cyrano (l’amore, la bellezza…) ma anche alla vita quotidiana nonché ricordi legati al quartiere, necessità e desideri di cambiamento.
• Coinvolgimento del pubblico nella messa in scena: sopralluoghi in condivisione alla ricerca del luogo giusto in cui svolgere lo spettacolo, distribuzione di semplici compiti da mettere in atto durante la performance, collaborazione tra condomini per creare delle scene utilizzando i balconi, le finestre che affacciano sul luogo prescelto.
3. ADATTAMENTO DEL TESTO: in base ai contenuti emersi durante le attività, dalle interviste più strutturate ai momenti più informali, la compagnia riscrive il testo dello spettacolo per renderlo site-specific, di modo che restituisca lo spirito del luogo, i ricordi e i desideri che il pubblico ha voluto condividere, e che porti a galla conflitti e momenti di buon vicinato.
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Rassegna stampa
“Si può connettere un atroce fatto di cronaca, avvenuto tanto tempo fa, con lo sguardo su tutta una generazione e nel contempo parlare della linea, non tanto poi così netta, che corre tra il bene e il male. (…) Di Stefano ce li fa uscire dalla memoria quei fatti funesti, partendo da una foto che ritrae dei ragazzi, dei ragazzi che allora avevano la sua età.”
(Mario Bianchi, Il Teatro che verrà)
“Poco più di un fatto personale è teatro ridotto al minimo dell’artificio, pur se sempre curato. È la storia di uno spettacolo che non c’è. Non solo perché l’idea iniziale di raccontare in scena le bestie d Satana è diventato altro e di più. Perché il male non c’è bisogno di vestirlo di costume e copione per farlo vivere. Ma perché il ruolo del teatro in casi come questo è molto diverso, e forse più importante. Essere la risposta alla domanda alla domanda che Marco Di Stefano si fa dal 2004: cosa ha reso me diverso da loro? «Forse, mi ha salvato il teatro». Lui sapeva dove voleva andare, e la fascinazione del male l’ha fatta narrazione. Loro, invece, se ne sono fatti ingoiare. Forse proprio perché non avevano le parole.”
(Chiara Palumbo, Cultweek)
“Marco Di Stefano: Quando vedo quella foto del 2004 (l’anno in cui vennero arrestati) ho in qualche modo la sensazione di averla scampata, non tanto perché avessi una conoscenza stretta con queste persone ma perché credo che l’adolescenza sia sempre un momento molto pericoloso della vita.”
(Andrea Simone Mongiardino, teatro.online)
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