Ogni padre crede di conoscere il proprio figlio. Anche lui lo credeva, fino a stamattina.
testo e regia di Marco Di Stefano
dramaturg Chiara Boscaro
con Andrea Trovato
disegno luci e ambiente sonoro di Marcello Seregni
assistente alla regia Alberto Corba
un progetto Officina Carbonara de La Confraternita del Chianti
una produzione Associazione Interdisciplinare delle Arti
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DAVID parte da un fatto di cronaca, o meglio, da più fatti di cronaca che ogni anno avvengono tra Stati Uniti ed Europa. È la storia di un ragazzino di 13 anni che prende dalla cassaforte la pistola del padre e compie una strage a scuola. Un ragazzino che proviene dalla borghesia, con un padre medico e una madre avvocato. Un ragazzino appassionato di fisica e basket, un normale tredicenne che frequenta una scuola privata.
DAVID è la storia di un padre che ci racconta del rapporto con il suo bambino, un rapporto felice fino al giorno della strage. Perché niente fino a quel giorno ha mai fatto pensare a un vuoto così grande da poter esplodere in un atto di tale violenza.
DAVID racconta di un padre messo alla prova, una prova che mai avrebbe pensato di affrontare. Perché ogni genitore crede di conoscere i propri figli e che i propri figli non siano in grado di compiere un atto mostruoso, un atto talmente orrendo da marchiarli a vita. E con loro anche il resto della famiglia.
DAVID è un testo che indaga il male che si nasconde dentro di noi e dentro i nostri figli, un male che spesso non riusciamo a vedere. O che non vogliamo vedere.
“Ciao papà… Senti, lo so che stamattina devi operare e non voglio distrarti troppo, che poi magari sbagli qualcosa e dimentichi le pinze nella pancia di un povero disgraziato (ride) ma volevo dirti che sono stato contento di far colazione insieme stamattina. Lo so che facciamo sempre colazione insieme, ma oggi è diverso. Oggi è un giorno particolare per me, anche se non ti ho detto niente. Oggi mi prendo la mia rivincita. Ma non preoccuparti, poi capirai, ora pensa solo all’operazione che devi fare. Quella col nome strano. Ti voglio bene, papà.”
“
Rassegna stampa
“Si può connettere un atroce fatto di cronaca, avvenuto tanto tempo fa, con lo sguardo su tutta una generazione e nel contempo parlare della linea, non tanto poi così netta, che corre tra il bene e il male. (…) Di Stefano ce li fa uscire dalla memoria quei fatti funesti, partendo da una foto che ritrae dei ragazzi, dei ragazzi che allora avevano la sua età.”
(Mario Bianchi, Il Teatro che verrà)
“Poco più di un fatto personale è teatro ridotto al minimo dell’artificio, pur se sempre curato. È la storia di uno spettacolo che non c’è. Non solo perché l’idea iniziale di raccontare in scena le bestie d Satana è diventato altro e di più. Perché il male non c’è bisogno di vestirlo di costume e copione per farlo vivere. Ma perché il ruolo del teatro in casi come questo è molto diverso, e forse più importante. Essere la risposta alla domanda alla domanda che Marco Di Stefano si fa dal 2004: cosa ha reso me diverso da loro? «Forse, mi ha salvato il teatro». Lui sapeva dove voleva andare, e la fascinazione del male l’ha fatta narrazione. Loro, invece, se ne sono fatti ingoiare. Forse proprio perché non avevano le parole.”
(Chiara Palumbo, Cultweek)
“Marco Di Stefano: Quando vedo quella foto del 2004 (l’anno in cui vennero arrestati) ho in qualche modo la sensazione di averla scampata, non tanto perché avessi una conoscenza stretta con queste persone ma perché credo che l’adolescenza sia sempre un momento molto pericoloso della vita.”
(Andrea Simone Mongiardino, teatro.online)
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