Un’esperienza immersiva nel mondo delle azzardopatie.
ideazione e game design Riccardo Tabilio
dramaturg Marco Di Stefano
curatela Stefano Beghi
montaggio ed editing Marco Prestigiacomo, Riccardo Tabilio
voce e performer Alice Pavan
performer Sofia Kretschel
design della scena Riccardo Trovato
regia live Marco Prestigiacomo
progetto e comunicazione Stefano Beghi, Chiara Boscaro
un progetto Officina Carbonara di Karakorum Teatro / La Confraternita del Chianti
una produzione Karakorum srl Impresa Sociale
per A.T.S. Insubria
in collaborazione con Comunità Montana Valli del Verbano, Cooperativa Sociale L’Aquilone,
Associazione di Promozione Sociale Utòpia, Teatro dei Sussurri APS, Cooperativa Lotta Contro
L’emarginazione
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In Fill in the GAP una piazza urbana si trasforma in un grande gioco da tavolo, con caselle su cui si può sostare in compagnia, con una regia live e una colonna sonora originale, e con tiri di dado che diventano un’impresa collettiva: un’esperienza ludica e immersiva che – tramite la tecnologia delle radiocuffie wireless usata a fini creativi – attraversa il mondo delle azzardopatie, colmando il gap tra una percezione comune che le colloca lontane dalla vista, ristrette a soggetti isolati e patologici, e una realtà per cui il fenomeno è esteso, vicino e urgente. Fill in the GAP invita le persone a mettersi in gioco, a mettersi in movimento, a rischiare, a scegliere, a esporsi e a commuoversi, ascoltando storie ed esponendosi alle dinamiche di attrazione e di pericolo che caratterizzano il gioco d’azzardo – in un contesto protetto e di condivisione. Il progetto nasce da un lungo percorso di ricerca, che ha messo in dialogo esperti, operatori e artisti per comprendere il fenomeno e tradurlo in un’esperienza capace di sorprendere e far riflettere, e si è tradotto in un ciclo di sperimentazioni sul campo, fatta di test e momenti di confronto. Perché in Fill in the GAP i partecipanti sono tutt’altro che pedine, ma protagonisti attivi, artefici di un finale che – fino all’ultimo – rimane aperto. Attraverso la narrazione, l’interazione e la dimensione corale dell’esperienza, questo progetto firmato Officina Carbonara mette in luce come le azzardopatie non siano fatalità, inesorabili come un tiro di dado, ma fenomeni su cui si può agire, con consapevolezza e responsabilità, a beneficio delle persone e della società che verrà.
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Rassegna stampa
“Si può connettere un atroce fatto di cronaca, avvenuto tanto tempo fa, con lo sguardo su tutta una generazione e nel contempo parlare della linea, non tanto poi così netta, che corre tra il bene e il male. (…) Di Stefano ce li fa uscire dalla memoria quei fatti funesti, partendo da una foto che ritrae dei ragazzi, dei ragazzi che allora avevano la sua età.”
(Mario Bianchi, Il Teatro che verrà)
“Poco più di un fatto personale è teatro ridotto al minimo dell’artificio, pur se sempre curato. È la storia di uno spettacolo che non c’è. Non solo perché l’idea iniziale di raccontare in scena le bestie d Satana è diventato altro e di più. Perché il male non c’è bisogno di vestirlo di costume e copione per farlo vivere. Ma perché il ruolo del teatro in casi come questo è molto diverso, e forse più importante. Essere la risposta alla domanda alla domanda che Marco Di Stefano si fa dal 2004: cosa ha reso me diverso da loro? «Forse, mi ha salvato il teatro». Lui sapeva dove voleva andare, e la fascinazione del male l’ha fatta narrazione. Loro, invece, se ne sono fatti ingoiare. Forse proprio perché non avevano le parole.”
(Chiara Palumbo, Cultweek)
“Marco Di Stefano: Quando vedo quella foto del 2004 (l’anno in cui vennero arrestati) ho in qualche modo la sensazione di averla scampata, non tanto perché avessi una conoscenza stretta con queste persone ma perché credo che l’adolescenza sia sempre un momento molto pericoloso della vita.”
(Andrea Simone Mongiardino, teatro.online)
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