Un network di realtà operanti nell’ambito delle arti performative, che hanno scelto la restanza nelle aree di frontiera, veri laboratori di identità e di immaginari.
network composto da Karakorum s.r.l. Impresa Sociale (Varese), Associazione Quarantasettezeroquattro (Gorizia), Palinodie ETS (Aosta)
Nuclei artistici
Categorie
Obiettivi 2030




Chi siamo
Un network informale di organizzazioni artistico-culturali, localizzate e operanti in aree di frontiera. Facciamo della pratica artistica un osservatorio vivo e un laboratorio che permette di toccare con mano le trasformazioni del mondo contemporaneo. Pratichiamo la restanza come azione politica e poetica di trasformazione del territorio.
Perché stiamo insieme
Le frontiere sono un contesto in cui le tematiche del contemporaneo dirompono in modo evidente e urgente. Le aree di frontiera non devono essere periferie, ma centri propulsivi di sviluppo, cambiamento e costruzione di un’Europa interculturale, equa e aperta.
Cosa coltiviamo
L’obiettivo di osservare, potenziare o fondare centralità nuove, tra le marginalità geografiche.
ll valore di un’Europa interculturale (non multiculturale) con uno sguardo storico ma rivolto al futuro.
Cosa rifiutiamo
La nostalgia, aprendo nelle aree di frontiera cantieri di indagine sul mondo contemporaneo in dialogo con ogni approccio scientifico.
La costruzione di visioni idilliache – “mitiche” – eroiche a favore di un “approccio scientifico”.
La prospettiva divisoria dei confini, da sostituire con la prospettiva di mutuo riconoscimento delle frontiere.
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Rassegna stampa
“Si può connettere un atroce fatto di cronaca, avvenuto tanto tempo fa, con lo sguardo su tutta una generazione e nel contempo parlare della linea, non tanto poi così netta, che corre tra il bene e il male. (…) Di Stefano ce li fa uscire dalla memoria quei fatti funesti, partendo da una foto che ritrae dei ragazzi, dei ragazzi che allora avevano la sua età.”
(Mario Bianchi, Il Teatro che verrà)
“Poco più di un fatto personale è teatro ridotto al minimo dell’artificio, pur se sempre curato. È la storia di uno spettacolo che non c’è. Non solo perché l’idea iniziale di raccontare in scena le bestie d Satana è diventato altro e di più. Perché il male non c’è bisogno di vestirlo di costume e copione per farlo vivere. Ma perché il ruolo del teatro in casi come questo è molto diverso, e forse più importante. Essere la risposta alla domanda alla domanda che Marco Di Stefano si fa dal 2004: cosa ha reso me diverso da loro? «Forse, mi ha salvato il teatro». Lui sapeva dove voleva andare, e la fascinazione del male l’ha fatta narrazione. Loro, invece, se ne sono fatti ingoiare. Forse proprio perché non avevano le parole.”
(Chiara Palumbo, Cultweek)
“Marco Di Stefano: Quando vedo quella foto del 2004 (l’anno in cui vennero arrestati) ho in qualche modo la sensazione di averla scampata, non tanto perché avessi una conoscenza stretta con queste persone ma perché credo che l’adolescenza sia sempre un momento molto pericoloso della vita.”
(Andrea Simone Mongiardino, teatro.online)
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